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Monte Borel

E’ più difficile scrivere di una sconfitta piuttosto che di una battaglia vinta. Ci provo.

Giovedì 15 febbraio 2018

Stamattina mi sono svegliato fisicamente con le gambe anchilosate e la mente ricca di ricordi del “dramma” della salita al Borel.

Mercoledì 14 febbraio 2018

Dopo tre anni di inattività scialpinistica mi propongo di fare una uscita con Icio mio fratello e i suoi amici. Voglio mettere alla prova le mie capacità di sciatore, rimaste in soffitta dallo scorso anno. La notte dormo pochissimo, sono tormentato non tanto dal pensiero della salita, ho il fisico allenato, ma dalla discesa in neve fresca alla quale non sono più abituato. Icio è sotto casa mia alle 7:45 in punto, l’attrezzatura anche se non è dell’ultima generazione è completa. Il ritrovo col gruppo al peso di Caraglio. Quattro sono i suoi amici che non conosco: Massimo, Gianfranco, Tiziano e Donatella che dice di conoscermi. Oggi sarà qualche monte della valle Grana ad essere scalato e poi ridisceso in neve farinosa. Partiamo da Chiotti, un’altra auto ci ha preceduto, sono amici di Icio, ma loro vanno alla splendida e bianchissima Rocca Cucuja, alla nostra sinistra mentre noi preferiamo il Monte Borel qualche decina di metri più in alto. Scendiamo poi nel breve pianoro ho poca padronanza con gli sci, perdo l’equilibrio e già mi siedo. Sono rigido e freddoloso, -9 gradi. Provo un po’ di disagio nel farmi aiutare e non abbiamo ancora iniziato a salire, il bello deve ancora arrivare!!! Il pendio è ripido, fin da subito mi attardo nelle “guce” e lascio passare chi è ultimo per non dover rallentare l’andatura del gruppo e non provare disagio. Rimane Icio da buon fratello a custodirmi. Fatico tremendamente perché non uso la tecnica adatta nel controllo degli sci e me li ritrovo carichi di neve ad ogni curva mettendo a rischio il mio precario equilibrio. Non sono più allenato a questo tipo di salita o meglio non lo sono mai stato. Per guadagnare il dislivello, le “guce” si intensificano, qualcuno bonario nell’incoraggiarmi mi dice che poco oltre mollano. Provo a crederci, ma saranno le ultime parole dei compagni che sento, perché non sperimento quel “mollano”. Cado, sprofondo, non ho appoggi da nessuna parte, anche la racchetta si rifiuta di aiutarmi. C’è l’angelo custode al mio fianco, mi da le dritte, sento ma non riesco a metterle in pratica. Le forze e gli sci non so dove siano finiti eppure sono ancora parte di me. Provo un disagio tremendo. Con un braccio solo non mi ero mai sentito così handicappato!!! Noi due perdiamo minuti preziosi, gli amici sono più in alto, ho altro da fare e non li guardo per paura che mi vedano e provino ancora più compassione e tenerezza. In quel momento mi rendo conto di non farcela e penso che sarebbe un dramma ancora maggiore se salendo dovessi ricadere. Non rischio e convinco Icio a ripartire e apprezzo molto la sua disponibilità a tornare indietro con me. Mi da le chiavi dell’auto e poi mi arrabatto ancora un po’ in quel manto soffice, che prima gradivo e ora rifiuto e odio. Mi ricompongo, mi scrollo, curioso guardo indietro la mia traccia di caduta, poi in basso, nessuno al mio seguito, che fortuna,…provo il primo sollievo. Il secondo, una decina di minuti dopo quando ripongo nell’auto gli attrezzi che non ho saputo sfruttare bene. Ora anche il cervello si ricollega. Mi viene in mente la mamma, penso a quanta fatica fa ad alzarsi dal sofà o dal banco in chiesa. Riparto a piedi, devo e voglio sfruttare al meglio la lunga attesa. Per continuare l’allenamento, direzione Santuario di S Magno, i miei occhi non guardano l’asfalto ma curiosi cercano gli amici che salgono la dorsale. Li vedo ancora, lontani e piccoli, poi lascio spazio all’immaginazione. Salgo nervoso, teso e spedito anche se alleggerito da moffola, berretto e giacca a vento. Il sole ed i monti imbiancati mi circondano e mi abbracciano ma io vorrei essere all’ombra, dove non sono. Poi mi ammorbidisco, ringrazio di aver avuto l’alternativa di salire al Santuario meta di tante escursioni estive. Vado oltre, la neve regge, anche se ho le scarpe normali. Due escursionisti mi superano quando alle 11,00 in punto decido di tornare indietro nella speranza di sincronizzarmi e ricongiungermi col gruppo. Non inizio la quaresima con buoni propositi, invidio pure loro che in tarda mattinata, con una giornata così splendida, forse salgono al Tibert. Scendo di fretta non vorrei che i disagi che ho già causato aumentassero trovando gli amici in attesa alle auto. Rivedo il vallone al completo, una sola traccia di salita, inconfondibile e perfetto lo zig zag e al suo fianco tante e svariate serpentine secondo la bravura e la creatività di chi è già sceso. Saranno le loro, provo a contarle, mi confondo, mi affanno, accelero il passo. Le auto lontane per fortuna sono deserte, mi fermo, prendo fiato e mi tranquillizzo quando saluto un gruppetto che non è il nostro. In quel silenzio inusuale sento un vociare, scruto il vallone, invano. Poi eccoli i cinque amici, in lontananza, sono più piccoli di ogni spruzzo di neve che il sole illumina ad ogni loro curva. Provo nostalgia e mi viene un nodo in gola guardando quell’interminabile susseguirsi di esse e che una sarebbe potuta essere la mia. Vado loro incontro, sono le 12:20, ci ricompattiamo e sono sereno anch’io, non voglio traspaia la mia vergogna e la mia delusione. Interminabile il cambio di indumenti, qualcuno anche della biancheria intima….io invece avevo già dato tempo ai miei di asciugare. Donatella ci saluta e torna a valle, Icio, Massimo, Gianfranco, Tiziano ed io saliamo invece a Colletto per concludere e condividere in “bellezza” nell’osteria insieme ai gnocchi al Castelmagno e a “Renato Ratti” la bella e per qualcuno indimenticabile giornata in Valle Grana.

Mi porto a casa lo splendore di questi monti, il fascino del Borel che questa volta ho rivisto solo dal basso in abiti invernali. L’aver conosciuto nuovi e simpatici amici di Icio che hanno accolto e rispettato il mio disagio.

E soprattutto ho accettato con un po’ di fatica e rassegnazione i miei limiti,

consapevole che su questa terra, non sperimenterò più gite scialpinistiche in neve farinosa.

Un grande abbraccio al gruppo. Marcello

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